IL CORRIERE DELLA SERA

15 LUGLIO 1998

 

I nemici della scienza? Apocalittici e integrati

di RICCARDO CHIABERGE

Nel lanciare una nuova sezione dedicata alla tecnologia, il New York Times ha posto ai suoi lettori il seguente dilemma: «Siete tecnofili o tecnofobi?». Quasi che l'avvento dell'elettronica e dell'ingegneria genetica obbligasse a una sorta di bipolarismo, di uninominale secca: o di qua o di là. O nostalgici di Gutenberg o drogati dal computer. O farmaco- dipendenti o seguaci della medicina ayurvedica. Ma ecco che un gruppo di intellettuali americani, anzi di «digerati», come si è autobattezzata l'élite dell'era digitale, rompe gli schemi e propone una «terza via»: il «tecnorealismo». Un manifesto della nuova scuola di pensiero si trova da qualche tempo «affisso» su Internet . Primi firmatari David Shenk, Steven Johnson, Andrew Shapiro e altri santoni della Net Generation. «Il tecnorealismo - spiegano - si propone di demolire alcuni luoghi comuni, tra cui quello che la tecnologia possa risolvere tutti i problemi del mercato, come l'ineguaglianza e il monopolio, o il mito speculare che i mercati possano risolvere tutti i problemi della tecnologia (come la tutela della privacy e la garanzia di un accesso universale)». Negli otto punti del manifesto si legge per esempio che «le tecnologie non sono neutrali, ma si presentano cariche di precise valenze sociali, politiche ed economiche, in parte intenzionali in parte no»; che «Internet è rivoluzionario ma non utopico» e che lo Stato ha un importante ruolo da giocare sulla frontiera elettronica: «E' follia sostenere che il governo non abbia giurisdizione su ciò che cittadini devianti o imprese fraudolente possono compiere sulla rete... Le questioni legate alla riservatezza sono troppo delicate per essere lasciate in balia del mercato». Ancora: la tecnologia non è conoscenza, e non sarà un computer su ogni banco a salvare la scuola dal declino. Infine, il punto più decisivo: «La comprensione della tecnologia dovrebbe essere una componente essenziale della cittadinanza globale». Siamo sul piano delle enunciazioni astratte, ma è comunque un buon avvio di discussione. E siccome Internet abbraccia l'intero pianeta, tutti sono invitati a partecipare, senza barriere di lingua o di nazionalità. Eppure finora, tra le centinaia di adesioni giunte perfino dalla Romania e dal Venezuela, i nomi italiani saranno sì e no quattro o cinque, e nemmeno uno eccellente. Sarà perché i nostri intellettuali frequentano più i salotti televisivi che il ciberspazio, o non hanno avuto la ventura di transitare per quel sito. O più banalmente perché, in fatto di scienza, restano ancorati al bipolarismo. Apocalittici o integrati. Ondeggiano tra l'entusiasmo per il nuovo farmaco anticancro e l'indignazione per la «direttiva Frankenstein». Tra gli sghignazzi di Dario Fo sull'uomo- maiale e l'accattivante positivismo di Piero Angela. In mezzo c'è il deserto delle idee, un vuoto di conoscenza che riguarda un po' tutti, ma in misura più grave e imperdonabile quelli che avrebbero il compito di formare l'opinione pubblica e di educare le nuove generazioni. Le primedonne dello star system cultural-mediatico sono troppo impelagate nei battibecchi sul nichilismo di destra e di sinistra, sull'attualità di Leopardi o sulle differenze tra Francisco Franco e Mussolini, per avere il tempo di dare uno sguardo al paesaggio tecnologico che cambia intorno a loro. Un po' come il don Ferrante manzoniano che nel secolo di Keplero, di Bacone e di Cartesio consumava le sue giornate sulle pagine di Aristotele, a discettare di «quiddità».

Ci sono per fortuna le eccezioni, Umberto Eco, Gianni Vattimo, il gruppo di Politeia, i giuristi e filosofi che hanno redatto il «manifesto per una bioetica laica». E merita di essere segnalato il libro di Giorgio Israel, Il giardino dei noci (Cuen edizioni), che contro gli opposti rischi dell'Illuminismo scientista e del misticismo New Age propone «un nuovo razionalismo aperto, critico e costruttivo», capace di conciliare le diverse forme di conoscenza con l'etica umanistica.

Ma il grosso dell'intellighentia si tiene alla larga da queste problematiche. Molti si sono convertiti al computer e al telefonino. Ma quanti hanno letto Jacques Monod, o Francois Jacob, o la storia della «doppia elica» di Jim Watson? Quanti sanno di che parlano quando tirano in ballo la biologia molecolare o la fisica delle particelle? I più si accontentano di riciclare frammenti del discorso scientifico a puro scopo esornativo. Come Baudrillard per il quale le guerre moderne si svilupperebbero in uno «spazio non-euclideo» o Deleuze che affabulava di «velocità infinite» e di «virtuale caotico». E dio solo sa che cosa voleva dire